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Una visita ai Campi Flegrei

La zona dei Campi Flegrei si trova a nord-ovest di Napoli  ed è un territorio affascinante e dal paesaggio vario. La denominazione Campi Flegrei deriva dal greco (phlegraios=ardente) e non è difficile trovare una corrispondenza con la natura vulcanica della zona.

I numerosi crateri che segnano tutto il territorio dei Campi Flegrei hanno in alcuni casi dato luogo a laghi più o meno estesi, in cui è chiaramente visibile l’origine vulcanica.

Tra questi il Lago d’Averno, in prossimità della località Arco Felice, citata da Omero e Virgilio in quanto anticamente ritenuta ingresso dell’Ade e dunque del regno dell’oltretomba e, a poca distanza, il più piccolo Lago Lucrino.

gitaMa, accanto alle caratteristiche fisiche e naturali del luogo, è la ricchezza di siti archeologici e di testimonianze del lontano passato a contribuire al fascino dei Campi Flegrei. È un luogo dove miti e leggende si intrecciano con la storia.

Pozzuoli è la principale località dei Campi Flegrei: adagiata sull’omonimo golfo, conta oggi oltre 100mila abitanti, ed è località di grande interesse turistico e culturale, con il richiamo e il grande rilievo e bellezza dati dal Tempio di Serapide e dall’antica acropoli. Il suo nuovo nome latino di Puteoli che significa piccoli pozzi, forse a causa delle numerose sorgenti di acque termo-minerali che vi si trovano, ne è la prova.

L’area  vulcanica dei Campi Flegrei è conosciuta per i fenomeni di sollevamento e abbassamento del suolo, fenomeno noto come  bradisismo. Questo fenomeno è stato all’origine, ad esempio,  della parziale scomparsa dell’antica città di Baia, uno dei luoghi di vacanza più apprezzati in epoca romana per il clima. L’antica città romana, sommersa dal bradisismo, è oggi tutelata nell’ambito di un parco archeologico marino, ed è osservabile a pochi metri dalla costa con apposite imbarcazioni col fondo di vetro, oppure visitabile con attrezzature da sub.

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Chiaramente non è possibile effettuare una visita esaustiva in un solo giorno, ma i luoghi proposti possono dare un’idea della ricchezza storico ambientale dell’intero territorio dei Campi Flegrei.

CASTELLO ARAGONESE E MUSEO ARCHEOLOGICO DEI CAMPI FLEGREI

Il Castello Aragonese di Baia, che ospita il Museo Archeologico dei Campi Flegrei, fu edificato sul finire del XV secolo da Alfonso d’Aragona in una posizione strategica per il golfo

Il Museo Archeologico dei Campi Flegrei, inaugurato nel 1993, è ospitato all’interno della fortezza, opportunamente restaurata ed adeguata alla nuova destinazione espositiva, collocata sulla sommità dell’alto promontorio che chiude a Sud il golfo di Baia, e dal quale si domina l’intero golfo di Pozzuoli e le isole di Capri, Ischia e Procida.

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Nel museo sono esposti reperti archeologici unici e di straordinario valore provenienti dai Campi Flegrei, un territorio la cui fama, legata all’amenità dei luoghi e alla salubrità delle sue sorgenti termali e del clima, è celebrata e tramandata anche nelle fonti antiche.

ANTRO DELLA SIBILLA A CUMA

Considerato come uno dei luoghi più affascinanti e intrisi di mistero: l’Antro della Sibilla cumana dà proprio questa sensazione al visitatore che si accinge ad entrare nello stretto cunicolo.   La leggenda narra che la Sibilla era una giovane donna. Il dio innamorato di lei le offrì qualsiasi cosa purché ella diventasse la sua sacerdotessa, ed essa gli chiese l’immortalità ma si dimenticò di chiedere la giovinezza. Invecchiò quindi sempre più, il suo corpo diventò piccolo e consumato come quello di una cicala. Decisero così di metterla in una gabbietta nel tempio di Apollo, finché il corpo non scomparve e rimase solo la voce. Nell’Eneide, Virgilio parla di una caverna a Cuma, nei pressi del Lago d’Averno, conosciuta come “L’Antro della Sibilla“, dove la Sibilla appunto trascriveva i suoi vaticini su foglie di palma le quali mischiate dai venti provenienti dalle 100 aperture dell’antro erano resi “sibillini”.

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C’è anche un’altra interpretazione della struttura cumana. Alcuni ricercatori ritengono che in realtà la “caverna” altro non sia che un corridoio tagliato nel tufo alla base dell’acropoli e illuminata ad ovest da bracci laterali regolarmente distanziati che corre per circa 100 m parallela al sottostante porto insabbiato. La sua posizione, a difesa dell’ingresso dell’Acropoli ha fatto perciò supporre che si trattasse di un’opera di carattere difensivo costruita tra la fine del IV ed il III sec. a.C. epoca alla quale risale un ampliamento e rafforzamento della cinta muraria dell’acropoli di Cuma.

PISCINA MIRABILIS

Il lago di Miseno deve il suo nome  a Miseno, figlio di Eolo  e trombettiere di Enea. La leggenda vuole che in questi luoghi trovò sepoltura Miseno  durante il viaggio di Enea verso l’Italia. A Miseno, sul lato nord-ovest del Golfo di Napoli, costruita nel periodo Augusteo, si trova la più grande cisterna romana di acqua potabile mai realizzata. Interamente scavata nel tufo ha la capacità di 12.000 metri cubi d’acqua, è alta 15 metri, lunga 72 e larga 25 ed è ricoperta da una volta a botte sostenuta da 48 enormi pilastri cruciformi, disposti in quattro file, a formare cinque lunghe navate. 

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La cisterna fu costruita per approvvigionare di acqua gli uomini della Classis Misenensis, divenuta Classis Praetoria Misenensis Pia Vindex, la più importante flotta dell’Impero Romano, che era ormeggiata nel porto di Miseno. Costituiva il serbatoio terminale dell’acquedotto augusteo (Aqua Augusta) che, dalle sorgenti di Serino (AV), con un tragitto di 100 chilometri, portava l’acqua a Napoli e nei Campi Flegrei.

ANFITEATRO FLAVIO

Costruito nel I secolo d.C., l’Anfiteatro Flavio, sorge là dove confluivano le principali vie della regione, la Via Domitiana e la via per Napoli, in sostituzione dell’antico edificio per spettacoli di età romana repubblicana divenuto insufficiente a causa dell’enorme crescita demografica di Puteoli. L’anfiteatro, in quanto a capienza, era inferiore in Italia solo al Colosseo ed a quello di Capua.

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L’anfiteatro Flavio è la terza arena per dimensioni del mondo romano, dopo quelle di Roma e Capua, testimonianza della tecnica straordinaria raggiunta dall’ingegneria antica. Ha tre ordini sovrapposti, quattro ingressi maggiori e dodici secondari e una cava per circa 40.000 spettatori. L’anfiteatro era anche centro della vita urbana: nelle gallerie sotto l’ambulacro esterno c’ erano luoghi di culto e sedi di molte associazioni professionali, note attraverso iscrizioni. Suggestiva è la visita dei sotterranei che mostrano la complessa organizzazione dei servizi per il funzionamento degli spettacoli. Nell’arena si svolsero i primi martirii cristiani: qui, secondo la tradizione formatasi tra il V e VI secolo, nel 305 d.C. fu preparato in un primo momento il supplizio per San Gennaro e i compagni; la condanna fu poi eseguita alla Solfatara. In ricordo della presenza del Santo, nel 1689 nell’area venne costruita una chiesetta, distrutta all’epoca degli scavi nell’ Ottocento e sostituita da una cappellina tuttora visibile nell’ambulacro.

LA VILLA DI VEDIO POLLIONE A POSILLIPO

Una delle ville più famose, divenuta poi dimora imperiale, è il Pausilypon, in greco “luogo che fa cessare gli affanni”. È anche quella di cui restano le più significative testimonianze. Estesa sulle pendici della collina di Posillipo in uno dei più suggestivi punti della costa napoletana, in posizione strategica tra la baia di Trentaremi, l’isola della Gaiola, le cale di San Francesco e dei Lampi fino a Marechiaro, la villa apparteneva al ricco cavaliere Publio Vedio Pollione, importante personaggio dell’epoca di Augusto.

Publio Vedio Pollione fu uno degli uomini più ricchi della tarda Repubblica. Discendente di liberti (i Vedii erano una famiglia facoltosa di Benevento), riuscì a raggiungere il rango equestre e, nel periodo di trasformazioni politiche successivo alla battaglia di Azio, assunse il governo dell’Asia, una delle più ricche province romane.

La sua cattiva nomea risale a Cicerone, il quale, dopo averlo incontrato in Cilicia, affermò: «Numquam vidi hominem nequiorem» («Mai ho visto un uomo più iniquo»), e fu aggravata da alcuni episodi scandalosi: nel suo bagaglio, finito in mani estranee a causa della morte del liberto cui era stato affidato, furono trovati i ritratti di cinque dame romane, che incautamente glieli avevano donati come pegni d’amore. 

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Pollione per tutta la vita restò partigiano di Augusto, in onore del quale, come aveva già fatto in Asia a Tralles, fece costruire un tempio a Benevento, sua città natale: il Cesareo. Ma la scomoda reputazione di Pollione, aggravata dalle sue ricchezze eccessive, infastidiva Augusto che aveva avviato in quegli anni una campagna moralizzatrice. Un giorno – secondo quanto riferito da Cassio Dione, Seneca e Plinio – l’occasione venne data proprio nella villa di Posillipo: il coppiere di Pollione aveva rotto un prezioso calice in vetro murrino e il padrone aveva dato ordine di gettarlo vivo in pasto alle murene che venivano allevate nelle peschiere della villa. Augusto intervenne salvando la vita allo schiavo e ordinando di infrangere l’intera collezione di vetri preziosi sotto gli occhi di Pollione. L’incidente non valse ad Augusto la completa liberazione dalla macchia dell’antica amicizia, tanto che, secondo quanto riporta Tacito, negli ultimi anni della sua vita gli veniva ancora rimproverata.

L’area comprende straordinari resti archeologici di un teatro con un splendida struttura, costruita sfruttando il pendio naturale della collina (secondo la tecnica tipica greca): 13 ordini di sedili nell’ima cavea e con 6 in quella media per una capienza complessiva di duemila posti.

Un giardino divide la scena del teatro maggiore da un secondo teatro:  l’Odeion (gr. oidêion, da oidé, “canto”),  di dimensioni minori, coperto e con una cavea più piccola. Era destinato alle audizioni di poesia retorica e di musica.

All’interno sono presenti alcune sale con pavimenti a mosaico e in marmo e resti di rivestimenti parietali dipinti. Gli altri ruderi finora emersi sono: a est del Teatro grande, il Tempio o Sacrarium; a ovest, il Ninfeo con tracce di un impianto termale.

Stefano Gesualdi